Come donne in nero di Padova desideriamo condividere informazioni e riflessioni intorno alla guerra.

Crediamo che la guerra mostri oggi la sua totale crudeltà e inutilità.

07 aprile 2015

IL DILEMMA DELLA PACE. FEMMINISTE E PACIFISTE SULLA SCENA INTERNAZIONALE. 1914-1939

“Pensate a quegli uomini impregnati del sangue dei loro fratelli, pensate alle donne profughe private di riparo che portano nel loro grembo violato i figli della generazione futura, pensate a quelle madri che cercano di soffocare i lamenti dei loro bambini tra le loro braccia, che si nascondono nei boschi, nelle fosse di qualche villaggio desolato, pensate a quei treni che riportano a casa i morti… Se gli uomini possono tollerare tutto questo, le donne non possono”.
(                                                                                                    Emmeline Pethick, 1915

Provenienti da varie parti del mondo, donne straordinarie si incontravano prima, durante e dopo la I Guerra Mondiale e si interrogavano sul nesso tra ampliamento della democrazia (suffragio universale) e la costruzione di una pace durevole dando vita a importanti iniziative politiche.




Ne parleremo con
 R
ELDA GUERRA
studiosa di storia contemporanea


di cui presentiamo il libro

Il dilemma della pace.
Femministe e pacifiste sulla scena internazionale. 1914-1939


venerdì 17 aprile alle 17.30
sala Nassiriya, piazza Capitaniato – Padova


Donne in Nero            Centro Pandora
            


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11 marzo 2015

NOI NON STIAMO CON LA GUERRA

 In quale crisi – nei Balcani, in Iraq, in Afghanistan, In Siria o in Libia… - l’uso della forza e della guerra “umanitaria” con la presenza interventista anche dei nostri soldati ha aiutato a risolvere i conflitti e non ha invece incancrenito la situazione, anche con la corresponsabilità in stragi con tante, troppe vittime civili e fughe di milioni di disperati?
  
La guerra crea solo altra guerra.

Anche contro “il terrorismo”, siamo convinte che non servono più armi e più barriere ma occorre più apertura, più amicizia, più giustizia
La pace, la difesa dei diritti non può essere lasciata nelle mani dei militari: essa va perseguita evitando e contrastando le ingiustizie interne ai paesi e tra vari paesi e favorendo conoscenza e relazioni fra tutti.
Allontanare la guerra non solo al proprio interno, ma anche fuori dai propri confini, favorire il disarmo e la composizione negoziale dei conflitti, questo dovrebbe essere il compito di ogni governo.
Non vogliamo più finanziare cacciabombardieri, sommergibili, portaerei e missioni di guerra, che lasciano il Paese indifeso dalle vere minacce che lo colpiscono e lo rendono invece minaccioso agli occhi del mondo.



Chiediamo che il nostro paese - nel rispetto dell’articolo 11 della Costituzione Italiana, “l’Italia ripudia la guerra” - si liberi finalmente del fardello di un sistema militare costosissimo e aggressivo, smetta di produrre e vendere armi e si doti di strumenti e metodi di difesa non armata e nonviolenta.


Svegliamoci: la pace è nelle nostre mani!

Campagna per il Disarmo e la Difesa Civile

FIRMA ANCHE TU!

Sabato 14 marzo saremo in piazza delle Erbe (vicino alla fontana) dalle 10.30 alle 13
per raccogliere le firme:

TI ASPETTIAMO!


Donne in Nero di Padova

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08 marzo 2015

NON DIRMI "BUON 8 MARZO": ALZATI E LOTTA CON ME!


CON LE DONNE CHE LOTTANO CONTRO LA GUERRA E LA VIOLENZA,
COME LE DONNE DELLA COALIZIONE PER LA PACE CHE A QALANDIA, CHECK-POINT PER ENTRARE A RAMALLAH DA GERUSALEMME, PROTESTANO OGGI CONTRO L'OCCUPAZIONE ISRAELIANA.


09 febbraio 2015

LA PACE E' NELLE NOSTRE MANI

Vivere giorno per giorno la nostra Costituzione

ha dichiarato il neo-presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Siamo d’accordo con lui, ma garantire la Costituzione significa, tra l’altro, “ripudiare la guerra e promuovere la pace”.
E come può essere applicato l’articolo 11, “l’Italia ripudia la guerra” dal momento in cui si definiscono le Forze armate “sempre più strumento di pace” e vengono promosse al rango di “elemento essenziale della politica estera”, ruolo che, invece, dovrebbe essere proprio della diplomazia, di fatto inesistente?

Tutto, nel discorso del Presidente Mattarella vieni iscritto comunque nella necessità di difenderci dal “terrorismo internazionale” e dai “predicatori di odio” che insidiano la nostra sicurezza e i nostri valori. Senza interrogarsi mai se l’uso della forza militare, vale a dire della guerra, abbia fin qui aiutato a fermare il terrorismo e non piuttosto a seminare maggiore odio.
Non è forse l’uso della guerra a pregiudicare gli sforzi di pace degli organismi internazionali?

In quale crisi – nei Balcani, in Iraq, in Afghanistan o in Libia… - l’uso della forza e della guerra “umanitaria” con la presenza interventista dei nostri soldati ha aiutato a risolvere i conflitti e non ha invece incancrenito la situazione, anche con la co-responsabilità in stragi con tante, troppe vittime civili e fughe di milioni di disperati?

L’Europa – ha detto il Presidente – sta vivendo dopo la fine della Guerra Fredda una nuova stagione di diritti. E allora, che ci stanno a fare 100 piloti italiani di cacciabombardieri nei Paesi Baltici al seguito della strategia di allargamento a est della NATO, pericolosamente al confine della Russia? Davvero questo aiuterà la conclusione della crisi ucraina o al contrario la approfondirà?

La pace, la difesa dei diritti non può essere lasciata nelle mani di una organizzazione militare come la NATO. Essa viene perseguita evitando e contrastando le ingiustizie interne ai paesi e tra vari paesi e favorendo conoscenza e relazioni fra tutti. Questo è compito dei governi e di tutti noi.


Bisogna amare la pace per prevenire e comporre i conflitti.
Bisogna perseguirla con costanza e attenzione, senza mistificazioni e ipocrisia.

Per ribadire che
LA PACE è NELLE NOSTRE MANI
saremo in piazzetta Garzeria a Padova
mercoledì 11 febbraio alle 17



Donne in Nero di Padova

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26 gennaio 2015

LA MEMORIA DELLE MEMORIE

Scrive MONI OVADIA:

L'approssimarsi della ricorrenza che porta il nome "Giorno della Memoria" ogni anno che passa sollecita con sempre maggiore urgenza, riflessioni non convenzionali su quale debba essere il senso profondo di questa istituzione nazionale ed europea. Il suo aspetto celebrativo si esaurisce nello spazio di una giornata e, spesso e man mano che i testimoni diretti ci lasciano, rischia di perdere la sua forza etica e la sua energia comunicativa. 
Il contributo più significativo dato dal "Giorno della Memoria" alla nostra cultura è stato probabilmente quello didattico-educativo. Decine di migliaia di studenti hanno potuto conoscere e confrontarsi con un evento che ha segnato indelebilmente e irreversibilmente la storia dell'uomo, e ha ipotecato la natura stessa della sua relazione col proprio simile. Purtroppo, con il trascorrere del tempo e a misura che gli eventi tragici a partire dai quali si è cominciato a costruire l'edificio della memoria si allontanano da noi, si affacciano i rischi della museificazione e quelli ancora più corrosivi della falsa coscienza e della retorica. Questi ultimi fanno parte dell'armamentario di cui si servono spesso molti esponenti della classe politica per conquistare facili consensi o per rifarsi artificiose verginità, al fine di coprire politiche ingiuste e discriminatorie. È una tipica espressione di questa sottocultura strumentale il polarizzare con enfasi il ricordo e l'esternazione formale del dolore solo sullo sterminio degli ebrei, la Shoà, per sottacere quello delle altre vittime - i Rom in primo luogo, gli antifascisti, gli omosessuali, i menomati, i Testimoni di Geova, gli slavi, gli emarginati, i militari che rifiutarono di piegarsi ai nazifascisti. Una fattispecie inquietante di questa attitudine vile è quella di “israelianizzare” tout court l'eredità dello sterminio. Questa manipolazione è non solo ingiusta, ma anche pericolosa, perché sottrae universalità alla memoria e tende a ridurla a una questione nazionale. È necessario contrastare questa deriva anche per ribadire il significato universale dello stesso calvario dei sei milioni di Ebrei.
Personalmente ritengo che sia giunto il momento di ridefinire la cultura e l'ethos della memoria in direzione del valore integro della vita umana; non solo, più radicalmente, verso il valore integro della vita stessa in tutte le sue manifestazioni. Per cominciare si potrebbe cambiare da subito la denominazione "Giorno della Memoria" in "Giorno delle Memorie". La nuova denominazione dovrebbe riorientare le manifestazioni, gli studi, l'edificazione della casa della Memoria come laboratorio della cultura di pace, di giustizia, di uguaglianza nel ricordo di tutti i genocidi e degli stermini di massa. Accomunati nel destino di essere stati vittime dell'odio annientatore, Ebrei, Rom e Sinti, Slavi, menomati, omosessuali, militanti della libertà, antifascisti, Cambogiani, Tutsi, Cinesi, Coreani, Argentini, i rappresentanti delle genti che hanno sofferto la pandemia dell'odio, interconnessi in una rete planetaria, potrebbero attivare un progetto comune per fare della memoria lo strumento principe per la fondazione di un'umanità redenta dalla violenza e dalla discriminazione.

Il grande scrittore e testimone Primo Levi, ammonendoci ad avere la consapevolezza che se l'orrore assoluto è accaduto può ripetersi, ci ha indicato l'orizzonte in cui collocarci per impedirlo: combattere la logica del privilegio in qualsiasi forma si manifesti.