Come donne in nero di Padova desideriamo condividere informazioni e riflessioni intorno alla guerra.

Crediamo che la guerra mostri oggi la sua totale crudeltà e inutilità.

23 gennaio 2016

PER LA LIBERTÀ DI TUTTE LE DONNE, EUROPEE E NON



Che cosa è successo a Colonia nella notte di Capodanno?

Che un migliaio di giovani arabi e nordafricani ha molestato, aggredito e derubato tutte le donne che ha incontrato. In quelle donne in festa, accompagnate da altre donne, e dunque “sole”, svincolate dalla proprietà e protezione dei Maschi, gli uomini, per lo più stranieri, ma non solo, hanno visto soltanto la possibilità di disporre dei loro corpi, del loro tempo, delle loro cose.

A quelle donne, che vanno ad aggiungersi ad una lista infinita di altre donne che continuano ad essere violate, stuprate e anche uccise in tutto il mondo e anche nelle nostre civilissime strade e case, mandiamo  il nostro abbraccio affettuoso, la nostra profonda partecipazione al loro dolore e insieme a loro ribadiamo che :

la violenza sessuale non è mai accettabile
 né nella cultura islamica né nella cultura occidentale,
né fra gli immigrati di Colonia né tra le mura delle nostre case

È ora di prendere sul serio la violenza sessuale e la misoginia (odio per le donne) ogni giorno, non solo quando i colpevoli sono di culture “altre”. Questo significa che gli uomini di tutte le religioni, le etnie e culture devono imparare che non possono stuprare, aggredire e attaccare le donne, neanche se la loro ideologia lo permette.
Certamente è più facile accusare gli emarginati di essere misogini piuttosto che ammettere che a qualunque latitudine gli uomini devono rispettare la libertà di noi donne di essere, di scegliere e di fare ciò che vogliamo.

Sarebbe fantastico se gli stupri, le molestie sessuali e la misoginia fossero sempre presi sul serio come quando i colpevoli sono musulmani o migranti!

Vorremmo che la nostra libertà e la dignità di donne fossero messe al centro, non solo di grandi e ipocrite dichiarazioni di principio, o usate per la contrapposizione noi-loro, uomini autoctoni-uomini stranieri, ma di pratiche quotidiane e di percorsi educativi per costruire relazioni di reciproco rispetto tra donne e uomini.

PER AFFERMARE LA NOSTRA LIBERTà
PER RIVENDICARE I DIRITTI CHE ABBIAMO CONQUISTATO PER NOI E PER TUTTE LE DONNE, 
LE RAGAZZE E LE BAMBINE CHE APPRODANO E ABITANO IN EUROPA E NEL RESTO DEL MONDO
SAREMO IN PIAZZA CAVOUR 
MERCOLEDì 3 FEBBRAIO ALLE 17.30
E INVITIAMO TUTTE LE DONNE A UNIRSI A NOI



donne che scrivono contro discriminazioni, violenza e guerre, per la libertà, la pace e la giustizia, per non dimenticare


13 gennaio 2016

Loredana Lipperini, 11.1.2015

Da un post su quelli che sono ormai a tutti gli effetti “i fatti di Colonia” chi legge si aspetta due cose. Solo due, probabilmente, e questo è già un sintomo che inquieta. Ovvero. La condanna senza se e senza ma di quello che è avvenuto, in nome del femminismo (quello stesso femminismo sbeffeggiato quando prende la voce per denunciare quanto avviene, con cadenza quasi quotidiana, dalle nostre parti). Oppure la difesa senza se e senza ma del multiculturalismo (che va difeso, lo dico subito, senza quei se e senza quei ma. Ma sapendo che in ogni cultura, e in alcune in modo più evidente, si fatica a considerare le donne persone. E sapendo anche che all’interno di ogni cultura si devono fare infiniti distinguo. Come vedremo).
Troverete altre parole. Perché la preoccupazione per il nuovo tassello di un mosaico che ha un solo titolo, ormai (scontro di civiltà), non può renderci immemori. E l’unico modo per fornire elementi di riflessione è ricostruire cosa è avvenuto all’interno della nostra cultura. La nostra, quella che si autodefinisce civilissima ma che civile non può essere finché rifiuterà di fare i conti con la propria storia.
Partiamo alti. Partiamo da Gabriele D’Annunzio, che nel 1903 compone Maia. Sottotitolo, Laus Vitae. Superomismo, miti nascenti, elogio della guerra. E celebrazione dello stupro etnico:
Le vostre vergini molli le soffocheremo nel nostro amplesso robusto. Sul marmo dei ginecei violati, sbatteremo i pargoli vostri come cuccioli. Il grembo delle madri noi scruteremo col fuoco, e non rimarranno germi nelle piaghe fumanti”.
Ah, ma scomodi D’Annunzio. Troppo facile, si dirà. Era un poeta, D’Annunzio. Non parlava sul serio. Forse no. Forse non qui, almeno, perché i discorsi che incitarono all’interventismo e vagheggiavano inondazioni di sangue erano serissimi.
Ma è giusto. Facciamo parlare i soldati.
Quinto Antonelli ha raccolto lettere, diari e memorie dei soldati al fronte in Storia intima della grande guerra (Donzelli). Sono scritti indirizzati alla famiglia, nella maggior parte dei casi. Un’altra narrazione, rispetto a quella ufficiale (“Capirai a noi qua si divora la rabbia nel sentire che in Italia fanno delle feste per la presa di gorizzia e suonare le campane si dovrebbero vergognare”). In questa narrazione entra quello che non viene detto: l’esaltazione della morte, l’ebbrezza dell’uccisione. E dello stupro, anche.
In una delle lettere viene raccontato un episodio. I soldati italiani circondano una donna. Non parla la nostra lingua, o forse sì, non sappiamo molto di lei. Sappiamo solo che la violentano e che, alla fine, le infilano nella vagina uno di quei tubi di gelatina che si usano per far saltare i reticolati austriaci. Fanno esplodere il tubo. Coperti di sangue e brandelli di carne, ridono.
Il soldato che racconta il fatto ha orrore di sé e dei suoi compagni.
Ma si potrebbe andare indietro, in tempi che precedono D’Annunzio e la sua frenesia. A quell’episodio dimenticato che venne chiamato la ribellione dei Boxer, e che nel secolo nascente portò in Cina un gran numero di forze internazionali (e colonialiste), fra cui un contingente italiano. Le donne vennero stuprate e si suicidarono per non sopravvivere al disonore.
Possiamo ricordare le operazioni di pulizia coloniale italiane di fine Ottocento e inizio Novecento, per esempio. Quelle che è così faticoso ricordare. Quelle che sono classificate, come è giusto che sia, crimini di guerra. E la violenza sulle donne è in primo piano. Vediamolo. Per frammenti.
1891. La commissione reale d’inchiesta che indaga sul comportamento italiano in Eritrea dopo la conquista di Asmara scopre che le cinque mogli del Kantimai Aman erano state sorteggiate, su disposizione del generale Baldissera, per essere violentate dagli ufficiali italiani. Nessuna condanna.
1915-16. Nel suo diario, Ferdinando Martini, scrittore, parlamentare, governatore civile dell’Eritrea dal 1897 al 1907, ministro delle colonie, racconta di ufficiali italiani impegnati “a tirar su bambine a minuzzoli di pane” per adescarle. Più avanti, il medico ungherese Ladislav Sava che si trovava ad Addis Abeba al momento dell’occupazione italiana, raccontò nel 1940 al settimanale londinese New Times & Ethiopia News di aver personalmente assistito alla “deportazione di donne etiopiche in case convertite con la forza dai militari italiani in postriboli”. Nelle interviste raccolte nel 1994 tra i reduci d’Africa uno degli intervistati dichiara: “la colonia era un paradiso per gli uomini anziani che potevano avere rapporti con bambine di dodici anni”.
1931. Durante la conquista italiana di Cufra non solo vengono uccise centinaia di civili libici. Le donne stuprate sono almeno cinquanta. Ad alcune donne incinte viene squartato il ventre. Alle ragazze vengono conficcate candele di sego nella vagina e nel retto.
1940. Durante l’invasione italiana della Grecia vengono invano segnalati stupri di massa.
Non ne potete più, vero? Fa male. Malissimo. Ma non è faccenda che appartenga al passato così lontano. Facciamo un salto in avanti.
Siamo nel 1993. Somalia. Missione Ibis. Johar, a nord di Mogadiscio. E’ una sera di giugno Due blindati con una decina di parà della Folgore si fermano al check point. I militari di guardia hanno circondato Dahira Salad Osman, una ragazza somala di 24 anni. Si divertono. "Andiamo a divertirci anche noi", dicono i parà. Dahira viene palpata dai soldati. Poi viene legata a un blindato. Qualcuno tira fuori una bomba illuminante. Qualcun altro spalma sulla bomba un po’ di marmellata. “Per farla entrare meglio”. Avviene la stessa cosa che straziò la sconosciuta ragazza durante la Grande Guerra. Questa volta, almeno, la bomba non viene fatta esplodere.
Mi fermo.
Cosa voglio dire con questo elenco di orrori? Non che gli italiani siano bestie. Non che i maschi lo siano. Voglio dire, invece, che l’abuso dei corpi delle donne durante i conflitti è una prassi mai svanita. Ma se quanto è avvenuto, sempre in tempi recenti, in Congo, Bosnia, Sierra Leone, Rwanda e Kosovo, suscita un tiepido e infine svanito orrore, molto silenzio avvolge ancora le violenze sessuali compiute dai cosiddetti peacekeepers (si pensi ai soldati Onu in missione in Congo, e non solo).
Il problema che riguarda l’Italia, e proprio l’Italia, è sempre lo stesso: della parte tenebrosa del nostro passato rifiutiamo di parlare. Chiara Volpato, ordinaria di psicologia sociale presso la Facoltà di Psicologia dell’Università di Milano-Bicocca, ne parla in questo articolo, e ricorda come il mito auto-assolutorio di italiani brava-gente abbia ormai costituito la nostra identità collettiva. Ricorda, Chiara Volpato, che il silenzio sulle violenze di genere si debba alle solite strategie: la negazione, l’eufemizzazione, la disumanizzazione, la colpevolizzazione, la psicologizzazione, la naturalizzazione, la distinzione.
Solo riconoscendole riusciremo a capire che parlare di scontro di civiltà non ha senso (e rientra in quelle stesse strategie, peraltro). C’è una questione molto più ampia che riguarda le donne, e attraversa tutte le culture.
Chi, oggi, sollecita le femministe o le persone che si oppongono al razzismo a “venire allo scoperto” lo fa per biechi motivi elettorali. O personali, nel caso ci si senta meglio ad aggredire le femministe (auguri).
Noi non sappiamo cosa sia accaduto a Colonia. Non sappiamo se si sia trattato delle aggressioni del branco o se, come si adombra, sia stata “un’azione di guerra”.

Sappiamo però due cose: che i femminismi non sono un giochino per bacheche di miserandi comici o di egualmente miserandi politici, ma l’unica via per far sì che la violenza di genere venga combattuta. Da qualunque parte venga. E sappiamo che non tutti sono uguali. Non tutti “i musulmani” stuprano. Non tutti gli italiani. Mio padre partecipò alla guerra di Grecia, e non stuprò nessuno. Né lo fece il soldato che nella Grande Guerra che assistette alla bestialità dei suoi compagni. Questa è l’acqua, appunto. Questa è speranza. Teniamolo a mente.

11 gennaio 2016

Ida Dominijanni, 8.1.2015

Un branco di maschi è un branco di maschi. A qualunque latitudine e di qualunque colore (anzi: “colore presunto”) essi siano. Con rara onestà intellettuale e morale, l’ha ricordato ieri su Repubblica Gabriele Romagnoli, a partire dalla sua propria esperienza di studente universitario bolognese, nonché di “maschio sessualmente arretrato”, che quarant’anni fa partecipava, o assisteva, ai riti goliardici di carnevale che ogni anno contemplavano caccia, molestie e palpeggiamento delle ragazze. E lo si potrebbe ricordare con svariati altri esempi presi dal mondo occidentale, bianco e libero, dove stupri di gruppo, molestie di varia natura, femminicidi di varia efferatezza non smettono di accadere. Oppure con altri esempi tratti dal circuito militare, occidentale e orientale, settentrionale e meridionale, dato che sempre nelle guerre, e in qualunque guerra, le donne continuano a essere la preda succulenta che gli eserciti di maschi si contendono, o il marchio etnico che cercano di conquistare, o la presunta altrui proprietà che cercano di rapinare.
Lo si ricorda per sminuire i fatti di Colonia, Francoforte, Amburgo, Düsseldorf e Stoccarda? No. I fatti della notte di capodanno non vanno sminuiti: sono fatti brutti, e, se fossero come si sospetta l’effetto di un’azione coordinata di bande di maschi “nordafricani” – ma attenzione, basta interpellare delle amiche che abitano in quelle città per sapere che la notte di capodanno l’aria che tira è sempre la stessa –, sono fatti inquietanti. Segnalano che la provocazione dei maschi islamici contro i maschi occidentali tramite l’aggressione delle “loro” donne entra ufficialmente, dichiaratamente, a far parte delle tattiche della guerra civile globale in corso. E questa è certamente una pessima notizia, che non va derubricata.
Ma che non va nemmeno distorta, o piegata ad altri fini, l’altro fine essendo il titillamento dell’ideologia dello “scontro di civiltà” cui si presta egregiamente: che è precisamente quello che gli islamisti radicali cercano di fomentare e dovrebbe essere precisamente la trappola in cui evitare di cadere. Intendiamoci, c’è pochissimo di nuovo sotto il sole. È dall’indomani dell’11 settembre americano che tutto l’occidente suona la grancassa dell’oppressione femminile come marchio d’inferiorità della cultura islamica, e della liberazione delle donne dal patriarcato islamico come legittimazione per le guerre occidentali di “democratizzazione” del Medio Oriente. Non per caso, questa grancassa suona soprattutto nel fronte conservatore americano ed europeo, che è tanto pronto a difendere la libertà femminile delle donne contro l’aggressione degli “altri” maschi quanto è pronto a tacitarla, all’occorrenza, in casa propria: che dire dell’allarme per i fatti di Colonia di un commentatore come Sallusti, che ai tempi del Berlusconi-gate non aveva mezzo dubbio sulla libertà maschile di comprarsi il corpo femminile? Oppure che dire delle certezze del Corriere della Sera, che dagli attentati di Parigi porta avanti una strenua battaglia a difesa dello “stile di vita” occidentale assimilando la libertà femminile alla libertà di andare a teatro o a prendersi un aperitivo al bar? Difese sospette, cui consegue sempre l’ingiunzione alla sinistra, o a ciò che ne resta, a non sacrificare i diritti delle donne alla bandiera del multiculturalismo.
Ma qui non è questione di multiculturalismo, se per multiculturalismo si intende il rovescio dello scontro di civiltà, ovvero l’accettazione acritica di una cultura diversa dalla propria e la giustificazione delle sue gerarchie e sopraffazioni interne, a partire dalla gerarchia uomo/donna e dalla sopraffazione delle donne da parte degli uomini. I branchi di maschi che assalgono donne non sono giustificabili in nome di niente, né nella cultura islamica né nella cultura occidentale, né fra gli immigrati di Colonia né nei campus americani o nelle scuole “bianche” italiane. Assumere davvero lo stato dei rapporti fra i sessi e la libertà femminile come indici dello stato di una civiltà – o meglio, della crisi di civiltà in cui il mondo intero si trova – significa affrontare le contraddizioni comune e trasversali alle civiltà che vengono rappresentate come contrapposte e in lotta fra loro. Significa combattere la brutalità del patriarcato islamico come i residui, o i rigurgiti, patriarcali nelle democrazie occidentali. E viceversa: significa anche e forse oggi soprattutto riconoscere i segni positivi di libertà femminile non solo nelle democrazie occidentali, ma anche nei paesi più patriarcali dei nostri. Solo pochi giorni fa Shirin Neshat, un’artista che in materia di rapporti tra i sessi nel mondo islamico non ha uguali e non teme confronti, in un’intervista sul Manifesto interpretava l’efferatezza contro le donne nel radicalismo islamico come il segno non tanto di una permanente oppressione femminile, quanto di una inquietante arretratezza e reattività della cultura politica di fronte a una libertà femminile sempre più diffusa.

È una sindrome che in occidente conosciamo bene: il patriarcato diventa più aggressivo proprio quando scricchiola. Se cominciassimo a leggere il disordine mondiale nei termini di una crisi planetaria del patriarcato, e non nei termini autorassicuranti di un Eden occidentale della libertà femminile in guerra contro l’inferno patriarcale islamico, probabilmente cominceremmo finalmente a fare un po’ d’ordine, a capodanno e tutti i giorni.

17 dicembre 2015

C'E' SEMPRE TEMPO...

Come farti capire?
Mario Benedetti

Come farti capire che c'è sempre tempo?
Che uno deve solo cercarlo e darselo,
Che non è proibito amare,
Che le ferite si rimarginano,
Che le porte non devono chiudersi,
Che la maggiore porta è l'affetto,
Che gli affetti ci definiscono,
Che cercare un equilibrio non implica essere tiepido,
Che trovarsi è molto bello,
Che non c'è nulla di meglio che ringraziare,
Che nessuno vuole essere solo,
Che per non essere solo devi dare,
Che aiutare è potere incoraggiare ed appoggiare,
Che adulare non è aiutare,
Che quando non c'è piacere nelle cose non si sta vivendo,
Che si sente col corpo e la mente,
Che si ascolta con le orecchie,
Che costa essere sensibile e non ferirsi,
Che ferirsi non è dissanguarsi,
Che chi semina muri non raccoglie niente,
Che sarebbe meglio costruire ponti,
Che su di essi si va all'altro lato e si torna anche,
Che ritornare non implica retrocedere,
Che retrocedere può essere anche avanzare,
Come farti sapere che nessuno stabilisce norme salvo la vita?
Come farti sapere che c'è sempre tempo?






AUGURIAMO UN ANNO DI PACE
SAPPIAMO CHE E' DIFFICILE
MA CONTINUIAMO A CONTRASTARE 
LA LOGICA DELLA GUERRA

15 dicembre 2015

Succede a Gerusalemme - 12 dicembre 2015

Ci scrive Dafna Kaminer, donna in nero israeliana : questo articolo sulla vigil delle Donne in nero in Gan Shmuel è stato scritto da Hadass che partecipa alla vigil.


Cominciamo con un avvenimento. Con ciò che è accaduto oggi, nel primo pomeriggio, in Gan Shmuel Junction. In una vigil abituale delle “Donne in nero”, fra l'1 e le 2 del pomeriggio, io fra loro.

Tre uomini giovanissimi ci passano davanti in macchina lanciandoci contro una sfilza di insulti a cui siamo del tutto abituate. Qualche minuto dopo tornano dalla direzione opposta, girano a sinistra nel centro commerciale dietro di noi, urlando di nuovo contro di noi e augurandoci la morte. Un momento dopo compaiono sul marciapiede dove stiamo noi, uno con una bandiera israeliana, l'altro sta filmando. Quello con la bandiera scende sulla strada e si mette a ballare di fronte a noi, rischiando la vita nel traffico, salta e saltella, sventolando la bandiera e gridando “il popolo di Israele è vivo!” tentando di avvicinarsi di più a noi. Quando io arretro, lui avanza ancora, quasi mi tocca. Attorno a noi le auto sono ferme al semaforo. Nel migliore dei casi, gli automobilisti ignorano la scena. Più comunemente suonano il clacson, battono le mani, applaudono e gridano che ce lo meritiamo, facendo gesti osceni. Una signora, fuori dell'ordinario, abbassa il vetro del finestrino e dice al ragazzo “ma non violenza!” Il compagno filma la scena e tutti e due ci gridano contro che è nostra la colpa di tutti gli accoltellamenti, gli investimenti e gli assassinii e perché non manifestiamo contro TUTTO CIÒ e ci augurano la morte...

Io sono semplicemente sconvolta. Fuori di me. Scioccata.

Un signore si avvicina con una fotocamera, dice loro che anche lui vuole filmare. Si esibiscono alla grande, e poi lui gli dice che è un giornalista e che li ha filmati per mostrarli alla polizia e rendere pubblico che sono violenti e pericolosi. E poi chiama la polizia. Spariscono immediatamente. Arriva la polizia, e alla fine il poliziotto ci rimprovera. (Abbiamo un permesso? Chi è responsabile? Se non presentate un reclamo, che cosa volete? Perché siete ciniche?)

Sono nata nel 1966. Un anno prima della guerra dei Sei Giorni. Sono cresciuta nell'Occupazione. Finché non ho completato il mio servizio militare, non ho avuto una identità politica. Il giorno dopo il mio congedo, esplose la Prima Intifada. Cominciai a far domande, a capire, pensare, avere opinioni e scoprii che ero di sinistra.

Un salto nel tempo

Durante l'Operazione Scudo difensivo mi sono unita alle “Donne in Nero” in Gan Shmuel Junction. Come detto sopra, ogni venerdì fra l'1 e le 2. È un turno di veterane che da oltre 25 anni tiene la vigil. Non siamo molte e non tanto giovani. Ho già rivelato la mia età, e sono una delle più giovani.

Non è facile essere là ogni settimana. Non serve granché. A quanto sembra. È davvero così?

Negli anni ho vissuto ogni sorta di momenti spiacevoli. Mi hanno lanciato uova, una pietra mi ha colpito in testa, siamo state insultate infinite volte... Questa è ordinaria amministrazione e ci è familiare, e più o meno ci facciamo forza per reggere. Rispondiamo ai nostri assalitori in vari modi, ma almeno dico a me stessa che la nostra settimanale presenza sisifiana è soprattutto per noi. Così non dimentichiamo l'Occupazione. Affinché la parola Occupazione non sia cancellata dal vocabolario dello spazio pubblico. La gente era solita chiederci: Quale occupazione? Del 1948? Del 1967?
Ormai questa parola è stata cancellata. I bambini e le bambine crescono non sapendo che c'è una Occupazione in corso. E come fanno a saperlo se non glielo si spiega? È avvenuta quando io ero bimba, e come ho già detto, non sono una ragazzina. E di fatto non fu spiegato neanche a me...

Ad ogni escalation, con l'andar del tempo, la situazione si riflette in Gan Shmuel Junction. Le maledizioni, gli insulti diventano più forti, la rabbia contro di noi ribolle - come se noi, con il nostro stesso stare lì, siamo la causa degli atti terroristici, della violenza. Come se non siamo cittadine di questo stato. Come se i nostri figli e figlie non siano nello stesso sistema scolastico che li fa entrare nell'esercito. La gente augura del male a noi, del male alle nostre famiglie. Allora sì che sapremo...! (Tristemente, alcune delle donne che sono qui con me hanno subito attacchi terroristici, sono anche state vittime, e ancora insistono a dire: basta!)

Ciò che è avvenuto oggi mi ha scioccata. Ero terribilmente spaventata. Avevo paura che stessero per andare fuori di testa. Un altro istante e mi avrebbero sfiorata. Fatto male. E non volevo questo. Non per me, non per loro. Non per chiunque li aspetti a casa, non per coloro che aspettano me a casa.

Mi sento sull'orlo dell'abisso. Sono molto spaventata, per me stessa ma anche per tutte noi. Come ha potuto una violenza simile, verso un'opinione e naturalmente contro delle donne, essere accettata con tale partecipazione? (Ci avrebbero attaccato in questo modo se ci fosse stato un uomo con noi? Ne dubito. Dopo tutto, quando è comparso il giornalista e li ha fronteggiati, si sono semplicemente dileguati).

Sebbene io abbia paura di tornare là, penso che devo. Che questa nostra voce debba essere presente. Anche se è impopolare proprio adesso. La gente deve sapere che c'è ancora una Occupazione in corso. Che ancora opprimiamo quasi 2 milioni di persone. E che questa oppressione esige prezzi terribili, oltre a essere apertamente immorale.

Ci corrompe, ci rende violenti/e nostro malgrado. Mette in pericolo i nostri figli e figlie e tutte/i noi al livello quotidiano della sicurezza personale, come anche nel senso più profondo di quale specie di società siamo. Quello che è successo oggi (e sicuramente succede di continuo ad altre) svela la faccia di una società violenta che minaccia le donne, le opinioni, le minoranze, e le persone più deboli con una fondamentale mancanza di rispetto, mancanza di stima, brutalità, crudeltà e rozzezza.

Non ho più parole.